venerdì , 25 Giugno 2021

Chi può esercitare la professione optometrica in Italia

di Alessandro Fossetti

 

Mi viene girata dal presidente della Federazione Italiana Ottici una domanda interessante, che riguarda le differenze tra Laurea in Ottica e Optometria e attestato, o “diploma”, di Optometria non universitario: “Vinci ad esempio non è una università ma chi si diploma lì può esercitare utilizzando il “titolo” di optometrista con le stesse tutele di chi ha ottenuto la laurea?”

La mia risposta è sì, ma non posso certo limitarmi ad una “sentenza” secca senza darne le motivazioni. Tra l’altro la domanda mi dà anche lo spunto per tornare a parlare di ottica, optometria, formazione e rapporti tra le due professioni di ottico e di optometrista. Intanto non sarà inutile ricordare che, sebbene il titolo di optometrista non sia riconosciuto in Italia, l’optometria in quanto professione c’è, è regolarmente praticata, ed anche riconosciuta, sia dal punto di vista giurisprudenziale, come mostrano le sentenze della Suprema Corte di Cassazione, sia dal punto di vista amministrativo e fiscale, visto che è possibile aprire una posizione lavorativa e prendere la partita IVA come optometrista. A questo proposito non sarà forse inutile ricordare che esiste uno specifico codice ATECO per l’optometria. ll codice ATECO è una combinazione alfanumerica che identifica una attività economica ed è necessario per l’apertura di una nuova partita IVA. Esso indica la tipologia dell’attività che intendiamo svolgere sulla base della classificazione ATECO 2007 e deve essere comunicato alla Agenzia delle Entrate, affinché ciascuna attività sia classificata in modo standardizzato ai fini fiscali, contributivi e statistici. Per quanto ci riguarda il codice ATECO di riferimento, con le relative specifiche dell’attività svolta, è il seguente: 86.90.29 Altre attività paramediche indipendenti nca – servizi di assistenza sanitaria non erogati da ospedali o da medici o dentisti: attività di infermieri, o altro personale paramedico nel campo dell’optometria, idroterapia, massaggi curativi, terapia occupazionale, logopedia, chiropodia, chiroterapia, ippoterapia, ostetriche eccetera. Se è certo che la professione di optometrista è riconosciuta senza che lo sia la figura professionale dell’optometrista, viene spontaneo chiedersi: chi la può esercitare? Bisogna prima di tutto ricordare che in Italia esiste un professionista abilitato ad esercitare una attività che riguarda la misura della refrazione e la riabilitazione visiva con mezzi ottici. E’ l’Ottico, che pur avendo delle limitazioni stabilite per legge ha comunque un campo di attività mica da poco. I miopi e i presbiti rappresentano una percentuale maggioritaria della popolazione, se pensiamo che la miopia sta viaggiando nei paesi occidentali verso una prevalenza del 40% e che la popolazione con età superiore ai 45 anni si trova in condizione di presbiopia. E’ anche opportuno ricordare che tale abilitazione non ha nessuna limitazione, né di età, né di entità del difetto. Contrariamente a quanto alcuni oculisti vanno dicendo sulla possibile invasione di campo (quello medico) da parte di ottici e optometristi che misurano la vista ai bambini, si può affermare che l’ottico (e a maggior ragione l’optometrista che è anche ottico) può esercitare quella attività, purché il bambino sia miope, indipendentemente dalla sua età. Di norma gli ottici non lo fanno (e molto spesso neanche gli optometristi). Siccome non si vogliono prendere responsabilità, quando nella loro attività di prima assistenza ai problemi visivi della popolazione trovano un bambino miope lo inviano dall’oculista, ancora prima di dargli una correzione ottica. Ma deve essere chiaro che potrebbero fare altrimenti: prescrivere la correzione con la quale viene ristabilita una normale funzionalità visiva, approntare l’occhiale, e successivamente inviare il bambino dall’oculista per un controllo delle strutture oculari. Con ciò sarebbe almeno riaffermata la legittimità dell’ottico come esperto della refrazione oculare, sia pure solo per i casi di miopia e di presbiopia, e dell’oculista come esperto della salute oculare. E l’optometrista? Secondo le sentenze della Suprema Corte di Cassazione la sua attività “non deve essere definita con riferimento, in negativo a quella consentita all’ottico … Di conseguenza non può considerarsi preclusa all’optometrista l’attività di misurazione della vista, e di apprestare, confezionare e vendere – senza preventiva ricetta medica – occhiali e lenti correttive non solo per i casi di miopia e di presbiopia, ma – al contrario dell’ottico – anche nei casi di astigmatismo, ipermetropia, ed afachia.” (Corte di Cassazione, Sezione VI penale, Sentenza 3.4.2005 n. 9089; Corte di Cassazione, Sezione VI penale, Sentenza 11.7.2001 n. 27853). Può essere interessante notare come in tutte le sentenze della Suprema Corte di Cassazione la figura dell’optometrista sia ben distinta da quella dell’ottico e mai si parli di ottico optometrista. Peraltro l’ottico optometrista esiste di fatto solo in Spagna; in tutto il resto del mondo, dove sia legalizzata, la figura professionale che svolge l’attività di prima assistenza per i problemi della vista è l’Optometrista. Ma rimane ancora aperta la domanda: chi può esercitare l’optometria? E un “diploma” di optometrista vale la Laurea in Ottica e Optometria? Tutti i pronunciamenti della Suprema Corte di Cassazione che, a partire dal ’95 con la sentenza Schirone, hanno ribadito la legittimità degli optometristi accusati di abuso di professione medica ad esercitare l’attività optometrica, erano riferiti a professionisti che, oltre a possedere l’abilitazione di Ottico, avevano fatto un corso di Optometria. La maggioranza di essi aveva una laurea presa all’estero e non validata in Italia. Recentemente si è avuto il caso di un collega non laureato che è uscito vittorioso dall’accusa di abuso della professione medica senza bisogno di arrivare in Cassazione. In questo caso il Diploma di Optometria è sembrato sufficiente al Pubblico Ministero, che parla esplicitamente di “competenze professionali … ben rappresentate nel curriculum”, per concedere al collega le stesse libertà professionali che la Suprema Corte di Cassazione ha costantemente riconosciuto ai laureati in università straniere. Possiamo a mio parere sostenere che l’attività optometrica possa essere svolta da ottici che abbiamo competenze optometriche, ovvero possano dimostrare di aver conseguito una specializzazione in Optometria. Di sicuro non può svolgerla l’ottico, e nemmeno potrà svolgerla il laureato in Ottica e Optometria a meno che non abbia anche l’abilitazione all’esercizio dell’attività di ottico. Su questo secondo punto sento l’obbligo di soffermarmi un attimo e introdurre il tema della formazione. E’ in uso attualmente la pratica di consentire ai laureati di accedere direttamente all’esame di abilitazione nelle scuole professionali. Si tratta di una soluzione “all’italiana”, tra l’altro favorita da note emesse da funzionari del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che per non usare parole sconvenienti definirò imbarazzante. Viene di fatto concessa l’abilitazione a persone che non hanno un’adeguata (per usare un eufemismo) preparazione su temi e pratiche basilari della professione di ottico: l’ottica oftalmica e l’occhialeria. Un corso integrativo alla fine del percorso universitario sarebbe indispensabile, ma le università tacciono, e gli istituti professionali anche. E, francamente, non se ne capisce il motivo, soprattutto perché queste istituzioni dovrebbero sostenere la qualità della formazione dei loro “licenziati” e non chiudere un occhio, se non due, su soluzioni di ripiego. Per concludere, finché la figura professionale non sia riconosciuta legalmente in Italia, sia il laureato, che abbia anche l’abilitazione, che il “diplomato” hanno gli stessi diritti di professare l’Optometria, con tutti i limiti sottolineati dalle stesse sentenze della Suprema Corte di Cassazione. Queste due figure, che si spera possano essere “temporanee” grazie ad un futuro riconoscimento della professione di Optometrista, non sono antitetiche e invece di guardarsi in cagnesco dovrebbero andare d’accordo, e costituire un unico grande gruppo di professionisti che collaborano per ottenere di essere riconosciuti come gli operatori responsabili della prima assistenza (il primary care inglese) ai cittadini con problemi della vista.